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Fonte: Corriere dello Sport      Letta: 395 volte      Commenti: 0
Mangia: "Ero un portiere scarso, poi..."
[ martedì 13 settembre, 2011 ore: 13:03 ]

Mangia: "Ero un portiere scarso, poi..."
Un mese fa era l’allenatore della Primavera, ieri si è svegliato come personaggio del giorno, autore di un’impresa mica da ridere, battere all’esordio su una panchina di A la squadra campione del Mondo in carica, segnandole 4 gol tutti assieme. Lui, più giovane di Zanetti che era in campo. Favola, occasione sfruttata al meglio o come vogliate chiamarla, quella di Devis Mangia è davvero una bella storia da raccontare. Il signor nessuno che batte l’Inter. E che dunque da oggi non sarà più “nessuno” ma merita di essere scoperto un po’ meglio. In un calcio molto “ingessato”, i personaggi che si presentano con un sorriso sono piuttosto rari. Mangia ha sopportato bene anche lo stress mediatico del giorno dopo e ha confermato le sue caratteristiche in questa intervista in cui andiamo a conoscere il suo mondo. Seguiteci, troverete aspetti e curiosità che delineano più precisa­mente l’ultima scoperta del Palermo.

Mangia, partiamo dal nome piuttosto inusuale. Perchè Devis con la e?
"Una scelta dei miei genitori, un nome che piaceva a loro. Io posso di­re che con la A avrebbe evocato un’immagine tennistica (la Coppa Davis) e magari mi avrebbe procurato qualche regalo in più per l’onomastico... Invece quel nome non c’è nel calendario.. Ma va benissimo così".

Michele e Mariangela, genitori ri­servati e discreti. 
"Sono figlio di operai e lo dico con orgoglio. Mi hanno insegnato ad essere ciò che sono. Mi hanno sempre seguito in maniera distante, da quando alleno hanno visto pochissime mie partite. Però domenica al Barbera c’erano, assieme  a mia sorella Patrizia. Da due mesi non mi vedevano mai, così sono scesi almeno per la sfida con l’Inter. Io all’inizio ero contrario perché sono un po’ scaramantico. Ma alla fine è stata una gioia per tutti".

E’ riuscito a dormire o l’emozione era ancora tanta?
Ho dormito poco. Mi sono svegliato assonnato, ma contento. Non tanto per me quanto per i ragazzi, che si sono tolti una gran bella soddisfazione dopo aver vissuto giorni complicati".

Zamparini l’ha chiamata solo a metà mattinata perché sosteneva di non avere il suo numero...
"Il presidente l’ho sentito verso mezzogiorno. Ha fatto i complimenti a me e alla squadra e mi ha detto una cosa sulla quale concordo in pieno: comincia a pensare alla prossima. Ha perfettamente ragione. Dobbiamo tirare una linea su questa bella serata e concentrarci sull’Atalanta. Dicono che mi godo troppo poco i momenti positivi. Forse hanno ragione, sono un allenatore abituato ad alzare ogni giorno un po’ di più l’asticella. Ora del Palermo mi interessa l’approccio alle gare".

Oggi appare un Mangia brillante. Ma si dice che lei fosse un introverso che improvvisamente ha capito il valore della comunicazione.
"Non ho un passato da giocatore, ero un portiere scarso ed ho smesso a 20 anni proprio per fare l’allenatore. E’ vero, ci sono stati anni in cui davo importanza essenzialmente agli aspetti tecnici e tattici e trascuravo il resto. Poi ho capito quanto sia decisivo l’aspetto mentale, motivazionale e quindi la capacità di comunicare. Lo impone anche il calcio di oggi; ma io rimango me stesso, ci vuole forza per dimostrare quello che si è".

Preferisce il 4-4-2. C’è stata una squadra da ragazzo che l’ha folgorata sulla via della tattica?
"Io nasco interista, lo posso dire adesso che ho comunque dimostrato che nella mia testa in questo momento c’è solo il Palermo. Ma la squadra che per me ha segnato un momento di passaggio è stato il Milan di Sacchi. Sul piano culturale e dell’atteggiamento più che su quello squisitamente tattico. Poi naturalmente ciascuno di noi prova a dare qualcosa in più e non fa solo un “copia e incolla”".

Il suo calcio è organizzazione ma anche libertà nei 30 metri finali. Corretto?
"Il gioco nelle zone di campo più vicine alla porta è difficilmente or­ganizzabile. Io cerco di trasmettere dei concetti, poi tocca ai calciatori ed alla loro qualità. Una cosa però la ritengo essenziale: il talento deve an­dare in funzione della squadra".

Per questo ha legato subito con Miccoli?
"Fabrizio è un giocatore straordinario e domenica ha giocato una partita strepitosa. Ma il suo talento può emergere solo se c’è una squadra che lo sorregge. Dunque il merito va anche agli altri che si sono sacrificati per metterlo nelle condizioni di dare il meglio".

Uno nato a Cernusco sul Naviglio come si inserisce così velocemente in una metropoli del Sud? 
"Le rivelo una cosa. Io sono per metà milanese e per metà salentino; mio padre è nato a San Donato di Lecce, si è trasferito a Milano che aveva 9 anni. Io passo ogni estate là e mi trovo benissimo. Dico di più, da sempre mi sono detto che avrei voluto allenare in una città di mare. Per i panorami e le sensazioni che dà. A Palermo, almeno per adesso, ci sono riuscito".

E le sue battute in dialetto siciliano che l’hanno subito reso simpatico ai tifosi?
"Il preparatore che lavorava con me a Varese ha una fidanzata siciliana. Così quando ha saputo che venivo a lavorare a Palermo mi ha mandato una mail con i modi di dire tipici, almeno quelli che mi servivano sul lavoro. Alla squadra non potevo dire “ diamoci una scampanata” come facevo in Lombardia, quindi ho imparato “arruspighiammone u’ sangu”, cioè svegliamoci. Ho risvegliato l’entusiasmo della città? Mi fa piacere, ma il merito è della squadra che ha dato ai tifosi il segnale giusto".

Mangia, cosa le è piaciuto di più della vittoria sull’Inter?
"La prestazione, l’atteggiamento che è stato subito giusto. Il Palermo ha “fatto” e non subìto la partita. Credo che il risultato sia meritato. Ora non chiedetemi dove possiamo arrivare. Io guardo solo alla partita con l’Atalanta che oggi diventa molto più importante di quella con l’Inter".

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